«Via i violenti!». Sì, applausi… Ma non aspettiamo che siano altri a cacciarli

L’ultimo Consiglio Federale, ch’è poi di fatto il “primo vero” della nuova governance dopo l’insediamento, ci ha detto che il sistema calcio è da rifondare, che i violenti vanno stangati e che chi non paga gli stipendi dev’esser escluso dal campionato. Mancava solo un appello al lavoro giovanile, però la sottolineatura ironica in questo caso è ingenerosa, perché il neo presidente Gravina ha appena iniziato a lavorare e gli va dato il tempo d’attuare le parole che da anni si ascoltano, o almeno di provarci.
Su un punto mi soffermerò con maggiore attenzione, sperando che l’appiglio alla buona educazione non si confonda con la demagogia, che in questo case stride (sì, di brutto).

D’improvviso, qualche settimana fa, dopo un vile agguato a un arbitro nel campionato di Promozione laziale, ci si è accorti che sui campi di calcio di mezz’Italia, o forse dell’Italia intera, ragazzi pagati con rimborso benzina (e quel che avanza basta sì e no per una pizza la sera dopo) vengono offesi, aggrediti verbalmente, a volte pure fisicamente. Giorgetti, Salvini, Gravina e Nicchi si sono incontrati – e male non hanno fatto – al Viminale per dire «basta».

In un Paese che vive d’annunci, meglio del silenzio. Il presidente federale ha assicurato che questo giro di vite scatterà presto, però stavolta la “battaglia” è un po’ più vasta e complessa. E non bastano Figc, Aia e Governo per vincerla.
Cominciamo dal basso. Dagli allenatori che dovrebbero obbligare i loro calciatori, già dal primo giorno in cui mettono piede in campo, prima al rispetto degli altri e poi a correre e calciare. Dai genitori che troppo spesso diventano i peggiori “tifosi” dei loro figli. Dalla società che devono cacciare via – stavolta sì, a calci – chi non rispetta queste regole. Però davvero. Non a chiacchiere. Perché se poi gli arbitri si fermano anche questo bel gioco finisce.

Nel “giro delle scuole calcio” (e società dilettantistiche) che il mio giornale fa settimanalmente tutti proclamano «fair play, sport e valori, i risultati in secondo piano». Per molti è davvero vangelo. In alcuni casi, però, evidentemente è retorica. Altrimenti non si spiega perché una settimana sì e l’altra pure ci siano partite che non finiscano e il giovedì il Giudice Sportivo territoriale, visti i referti, emetta provvedimenti che lasciano sgomenti (a leggerli, meglio sorridere per non deprimersi).
Dopo quell’aggressione in Promozione laziale, nella “mia” Campania si sono registrati, raccontati dalle cronache, almeno altri tre episodi di gare non concluse perché il campo di calcio era diventato un ring. E qualcuno ha (persino) fatto notare che “evidentemente, a furia di parlare di aggressioni, ora gli arbitri sospendono immediatamente le partite perché si è scatenata una fobia contagiosa”. Un (vero) sociologo mancato…

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