SILVIO PAOLUCCI, TARANTO TI TENGO NEL CUORE…

    Silvio Paolucci abruzzese di Tollo, cresciuto nelle giovanili dell’Ascoli, nel ruolo di attaccante esterno. Tra il 1979 e il 1981 ha giocato in serie A, sempre nell’Ascoli. Ha proseguito la sua carriera tra serie B (Taranto, Brescia e Palermo) e C1, per concludere a Crotone nel 98, centrando due promozioni in due anni ,dalla D alla C1. Nel 2006 da inizio alla sua nuova carriera di allenatore, nel Campobasso, per finire in serie D a Verbania. Ma il suo amore per il calcio continua a dimostrarlo anche nel presente, nelle vesti di dirigente del settore giovanile della Ternana. Lo abbiamo raggiunto durante una sua breve pausa di lavoro. 

    Silvio, una carriera lunghissima da calciatore, poi da allenatore e per ultimo responsabile del settore giovanile della Ternana. Come sei arrivato a questo cambiamento? Ti trovavi meglio in campo o ora seduto alla scrivania?                                                     

    Mi è stato offerta questa opportunità e l’ho colta al volo. Si tratta di un’esperienza completamente diversa da quella vissuta sui campi di calcio, sia da calciatore che da allenatore. E’ un lavoro dirigenziale che mi dà l’opportunità di stare con i giovani, ne gestisco dai centocinquanta ai trecento. Mi sarebbe piaciuto allenare nel settore giovanile, ma l’occasione per stare con i giovani mi si è presentata in veste di dirigente nella Ternana. Dopo aver allenato per tanti anni in serie C e nell’interregionale, non avevo più gli stimoli per continuare in quel settore. Stare con i giovani mi piace molto, ti trasmettono energia ed entusiasmo e mi aiutano a sentirmi  più giovane ,avendo raggiunto i 61 anni e quindi sono molto soddisfatto della mia scelta.

    Ma questa nuova avventura rappresenta per te l’approdo ad una esperienza definitiva di lavoro o solo l’inizio di una nuova attività che potrà portarti ancora dove? Cosa ti aspetti dal futuro? 

    La Ternara è una società solida, con un progetto ambizioso, cominciato tre anni fa ed è proiettata al raggiungimento dei massimi livelli. Io faccio parte di questo programma che sto portando avanti con determinazione e passione. Per quel che mi riguarda, vorrei continuare su questa strada, se la società me ne darà l’opportunità… naturalmente. 

    Parliamo del passato, quali erano e quali sono i tuoi rapporti con la città di Taranto?

    Quelli trascorsi a Taranto  dal 1985 al 1989, sono stati degli anni bellissimi. Una città calda, con una tifoseria indimenticabile. Ricordo ancora la gestione Fasano e i ventimila spettatori sugli spalti dello Iacovone, ed era così ogni volta che si giocava in casa. Ho conosciuto tanta gente e ho instaurato anche alcune amicizie che, dopo trent’anni, durano ancora. Vengo a Taranto un paio di volte l’anno, specialmente in estate per salutare la famiglia Fanizza e per trascorrere qualche giorno al mare, nella splendida baia di lido Gandoli, dove già andavo quando giocavo. Poi con mia moglie proseguiamo il giro verso il nostro splendido sud Italia, esattamente in Calabria, regione originaria della mia consorte. Io amo molto il sud e Taranto in particolare. Fa parte dei ricordi indimenticabili della mia vita. 

    Ti ricordi del nomignolo “ciuciù”, il soprannome con cui venivi chiamato dai tifosi?

    Certo, Ciuciù è un soprannome che mi affibbiò inizialmente mia suocera, per quel modo continuo di parlare, tipo treno, con mia moglie. Poi il nomignolo è uscito dalle mura domestiche e mi fu accostato dai tifosi per la mia velocità in campo, come quella di un treno. 

    A Taranto hai vestito la casacca rossoblu nella gestione Fasano. Una salvezza entusiasmante negli spareggi di Napoli, una stagione nata male e poi con l’arrivo di mister Veneranda, soprannominato il sergente di ferro e del direttore Vittorio Galigani il vento è cambiato. Un girone di ritorno completamente diverso. Che ricordi hai?

    Quell’anno partimmo male perché cambiammo il preparatore atletico ed eravamo già stanchi all’inizio del campionato. Realizzammo solo dodici punti nel girone di andata e 24 nel ritorno, quando bisognava totalizzarne almeno quarantasette-cinquanta per assicurarsi la permanenza. Dopo l’esonero di mister Renna e l’arrivo del “cagnaccio” Fernando Veneranda la situazione cambiò clamorosamente. Da quel momento in poi tutte le forze furono impiegate nella rincorsa continua alla salvezza, la quale però si concretizzò solo dopo i due famosi spareggi di Napoli del 27 giugno al San Paolo. Taranto-Lazio 1-0 col goal del bomber De Vitis e il 1 luglio, Taranto-Campobasso 1-1 con rete di Paolinelli.  Bisogna dire che compimmo un vero e proprio miracolo mettendoci tutta la forza possibile. Bisogna ricordare i grandi calciatori che componevano la rosa rosso-blu (De Vitis, Maiellaro, Donatelli, Dalla Costa, Goletti, Biondo, Paolinelli…ndr). Fu un grande evento per la città. 

    Perché Veneranda era da voi soprannominato ‘’Cagnaccio’’?

    Perché era un tecnico molto duro, un sergente di ferro dai modi bruschi che preferiva i fatti alle parole. Picchiava duro sui giocatori se non eseguivano le sue indicazioni per fare bene e sono molto famose le sue sfuriate durante gli allenamenti. Un carattere difficile, permaloso e suscettibile, ma sicuramente un grande allenatore, molto preparato che non si è mai risparmiato nel suo lavoro. E poi era protettivo, cercava di difenderci quando succedeva qualcosa di spiacevole… magari a modo suo.  Ricordo di quando eravamo a Roma all’Hotel Flemy e ci lamentammo per un risotto un po’ scotto che ci avevano servito. Lui corse verso le cucine con aria furibonda e poi, dopo un po’, ne uscì inseguito dal cuoco e dai camerieri che volevano picchiarlo …..lui era cosi’!

    E di Vittorio Galigani, giunto a Taranto contemporaneamente a Veneranda, cosa ricordi?

    Galigani è una grande persona e un preparatissimo uomo di calcio. Sempre distinto ed impeccabile, io lo chiamavo il direttore più elegante della serie B. Fa parte di quella vecchia schiera di direttori sportivi che non esistono più, in quanto a preparazione ed esperienza. E’ una persona squisita, di quelle che rimangono per la vita. Lo stimo molto e ci sentiamo spesso. 

    Che ricordo hai dei tuoi compagni di reparto De Vitis e Maiellano?

    Il bomber De Vitis preciso e disciplinato, sia nella vita che in campo, contro un altrettanto mago del pallone Pietro Maiellaro, un genio in campo, ma disordinato e indisciplinato nella vita. Pietro era capace di sparire per giorni dicendo semplicemente ‘’vado in Sicilia dalla fidanzata’’ e poi lo aspettavamo non avendo più alcuna notizia. Poi ricompariva come se nulla fosse. Ma era talmente un talento che poteva cambiare  e vincere una partita anche da solo.

    L’anno successivo approdò a Taranto Toni Pasinato, oltre che un allenatore dimostrò di essere un vero papà per voi tutti….?

    Di Pasinato ho un ricordo bello e familiare. Fu proprio lui a farmi esordire nella Pro Vasto a 17 anni. Poi lo ritrovai a Taranto e ne fui entusiasta. Era un allenatore tutto d’un pezzo, ma molto buono ed educato e sapeva prendere ognuno di noi dal verso giusto.  Dava del ‘’lei’’ a tutti, anche ai ragazzini e ci ripeteva spesso singolarmente: ‘’ se non ti alleni non giochi’’. Ci ricordava la disciplina, ma nello stesso tempo sapeva anche scherzare, mantenendo un certo contegno. Una volta ci mettemmo a cantare e lui in sottofondo si mise a fischiettare la nostra canzone.  Un uomo buono, un padre di famiglia. 

    In quel gruppo crescevano due tarantini “Tommi” Pernisco e Gilberto D’Ignazio. Cosa ti torna in mente pensando a loro?

    Erano entrambi due ragazzi alle prime esperienze, entrambi molto promettenti. Data la giovane età e l’inesperienza erano vittime di ripetuti scherzi da parte dei compagni più grandi. Ho in mente due episodi, entrambi verificatisi in aereo. 

    D’Ignazio era al primo volo e cercava di capire da dove poter prendere un po’ d’aria fresca e cercava di aprire il finestrone, noi consigliammo di non farlo, ma di cercare  un bocchettone non sapendo lui dell’esistenza dell’aria condizionata in aereo. Tra le risate di tutti, si mise a cercare davvero questa apertura all’esterno per refrigerare l’aria. 

    Invece Tommi, anche lui al primo volo, chiese ad alcuni compagni da dove, una volta atterrati, si potessero recuperare i bagagli. Gli venne detto, per scherzo, di aspettare sotto la scaletta dell’aereo che si sarebbe aperta e così fece, tra le risate di tutti.

    Differenze tra quel calcio e quello che si vive oggi?

    Il calcio di allora era diverso. Noi eravamo i primi tifosi della squadra di appartenenza. L’appartenenza appunto. Una caratteristica che manca al calcio moderno, dove ogni aspetto è diventato commerciale. Tutto scorre così velocemente che non vi è neppure il tempo per instaurare rapporti solidi e profondi. E questo i tifosi lo percepiscono. Senza voler criticare nessuno, ma non esistono più quei valori. Altri tempi ed altre mentalità.

    Chiudiamo con un pensiero da dedicare a Taranto. Cosa si sente di dire ai tifosi rosso-blu?

    Taranto è una città che per il suo spessore meriterebbe almeno la serie B. Voglio augurare ai tifosi e a tutti i tarantini di raggiungere al più presto ciò che gli spetta. Vi porto sempre nel cuore. 

     

     

     

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