Riflessioni. L’occhio dei “blaugrana” sui giovani del calcio italiano

“Lasciate che i bambini giochino a calcio”. Questa scritta, dal sapore vagamente evangelico campeggia sulla ringhiera verde di una scuola calcio situata lungo la dorsale adriatica del nostro Paese, in terra emiliana. Ma, sono sicuro, è lo spirito che anima il lavoro, spesso volontario, di centinaia di appassionati che danno vita alle circa 8mila scuole calcio sparse qua e là per l’Italia. Qualche anno fa, secondo uno studio, erano oltre trecentomila i ragazzini che ogni anno si affacciavano sui campi per coltivare un sogno: quello di diventare calciatori. Un sogno che rischia sovente di diventare un brusco risveglio, perché a conti fatti, solo uno su cinquemila riesce a sbarcare nel mondo del professionismo.

L’Italia non è più un Paese di talenti e tutt’un tratto dobbiamo ridisegnare il nostro profilo di maestri del pallone o semplicemente c’è qualcosa che non va nel modello finora adottato?

Ritengo che il sistema-calcio debba interrogarsi su questo. Perché se è vero che da un lato abbiamo settori giovanili d’eccellenza con vivai iper-attivi nello sfornare talenti, non siamo ancora competitivi a livello europeo e mondiale. L’Ajax, ad esempio, è in cima alla lista europea 2018 con 77 giocatori sparsi nei maggiori campionati mondiali (la prima italiana è l’Inter al decimo posto). E, nella top-five delle squadre che utilizzano più giovani nei principali campionati europei, ci sono tre squadre spagnole e due francesi. Anche sotto questo dato va rilevato che la prima italiana è l’Inter (al quattordicesimo posto), seguita dalla Roma al ventesimo. La squadra capitolina, però è in testa per la distribuzione di talenti in Serie A e B, seguita da Milan, Inter, Juventus e Atalanta.

Il punto d’incontro necessario fra scuole calcio di periferia e vivai di società professionistiche è un elemento oggi più che mai essenziale (e in questo senso alcune società lungimiranti si stanno già muovendo). Tuttavia occorre osare di più, facendo assumere a tale percorso un ruolo politico e istituzionale, necessità primaria per fronteggiare gli scenari di un mercato sempre più globale, all’interno del quale, il calcio non fa eccezione.
Non è un caso, se diverse società internazionali forti per storia e blasone, strizzino l’occhio proprio al nostro Paese per cercare di capitalizzare quei talenti che rischiano di sfuggire allo sguardo probabilmente distratto da altre vicende, del calcio di casa nostra. Uno fra gli episodi dei quali ho contezza diretta riguarda proprio un ragazzino del nostro sud.

E’ un bambino acqua e sapone, che guarda al pallone quale elemento unico ed essenziale, per il quale impegnarsi a scuola per avere tutti dieci in pagella è un sacrificio che si può fare. Per lui, giusto per intenderci, non sono importanti le scarpe di CR7 o Messi, ma quelle comode, comprate anche al mercato. Purché comode e che gli facciano sentire il pallone. Non ha tagli di capelli estemporanei. Possiede un sorriso disarmante. Sembra un personaggio d’altri tempi, capace di coniugare fair play e spirito di squadra passando dalla sua conoscenza universale dei calciatori di tutto il mondo. Ha solo dieci anni. Ma se gli date una palla sa cosa farne.

Lo scorso anno, per la Prima Comunione, ha scelto quale regalo un camp calcistico. Quello del Barcellona. Fatto il camp, in Italia in Abruzzo, lo scorso novembre, ai genitori è arrivata la comunicazione che Giacomo Viola, “Giacomino”, come lo chiamano tutti, è stato selezionato dai tecnici blaugrana per far parte del Team Italia Under 12. Convocazione che comprende non solo le attitudini calcistiche, ma anche comportamentali dei ragazzini (e questo non è un aspetto trascurabile). Una squadra di ragazzini italiani che nella settimana prima di Pasqua si contenderanno la World Cup del Barcellona. Evento su scala mondiale che vedrà arrivare fra Camp Nou e La Masia, 200 squadre e 2.000 giovani calciatori provenienti da tutto il mondo in pieno spirito di Barça Academy.

Giacomo è felicemente tesserato con la Real Virtus Grottaglie (che ha avuto il merito di accoglierlo e farlo innamorare del calcio), sa quanto sia importante sotto il profilo della crescita quest’esperienza in un contesto così marcatamente internazionale, ma sa anche che questa parentesi (perché di questo si tratta e ne è consapevole lui con la famiglia) potrà metterla al servizio della sua squadra una volta rientrato. Nel frattempo si prepara a vivere questo sogno allenandosi intensamente e studiando qualche dialogo minimo di spagnolo.

A dieci anni vive il calcio come un divertimento puro, ma sa anche che le patatine fritte vanno poco d’accordo con la corretta alimentazione dello sportivo ed ha anche un piano B: non dovesse diventare calciatore vorrebbe diventare medico per curare i bambini in Africa e aprire lì una scuola calcio libera per tutti.
Ecco, l’Italia è ricca di questi piccoli tesori di umanità che vogliono diventare grandi con i loro sogni. Tocca al sistema, cercare di mettere in circolo quelle strategie che, come raccontano esperienze diverse e internazionali possono diventare elementi attrattivi e di valorizzazione. Altrimenti, in un calcio sempre più globale, l’Italia rischia di rimanere sempre alla corda, colpita da un fenomeno migratorio oggi probabilmente sottovalutato. Dimenticavo, giusto per inciso, quest’anno – per la prima volta – il Barça Camp si terrà anche in Puglia. Per la prima volta. Qualcosa questo, vorrà pur dire.

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