Ranucci è sceso, ora Bandecchi viaggia da solo

Personalmente siamo inclini a pensare che nello sport, meriti e responsabilità debbano avere madri e padri in egual misura. Nel tennis (ci sono coach, preparatore, etc.) e più ancora negli sport di squadra. Ma nel calcio la ricerca del colpevole è l’esercizio più praticato. Nella Ternana di quest’anno c’è di che sbizzarrirsi con tre allenatori, due direttori sportivi e due presidenti consumati in una stagione sola c’è di che divertirsi.
Nel calderone con tecnici e giocatori c’è finito inevitabilmente anche il presidente, Stefano Ranucci, proprio lui che nella Ternana aveva investito tempo e passione sconfinata. L’uomo che era stato il “volto” della Ternana prima ancora che apparisse all’orizzonte Bandecchi.

Lui, Stefano Ranucci, ad un certo punto della stagione è diventato il bersaglio preferito, il soggetto cui addossare ogni responsabilità di questa (fin qui) poco fortunata esperienza Unicusano in rossoverde. Colpevole per tante scelte tecniche (allenatori, giocatori, ds, ecc…) e persino, a sentire l’ex allenatore Sandro Pochesci suo nemico giurato, per aver voluto ricorrere in tribunale per il ripescaggio scippato alla Ternana in estate. Insomma, piove e la colpa è di Ranucci, c’è il sole, stessa storia.
Le dimissioni di Stefano Ranucci, nel frattempo diventato il numero uno del board Unicusano (presidente del Cda), quindi impegnato a tempo pieno anche con frequenti missioni all’estero, hanno frenato, quasi spento questa caccia al colpevole. Perché oggi, di fatto, c’è soltanto Stefano Bandecchi (anche se con il supporto di Paolo Tagliavento), cui fare riferimento, cui addossare responsabilità.
A questo punto però sorge spontanea la domanda. Ma era davvero tutta colpa di Ranucci? Aveva proprio sbagliato tutto il presidente che era riuscito a riattivare un rapporto proficuo con l’Amministrazione Comunale tanto da siglare una convenzione quinquennale dopo le burrasche affrontate con la gestione Longarini. Aver ridato un po’ d’immagine allo stadio, aver riportato al centro della vita cittadina una società che era stata in fuga per anni, averle ridato una dignità e una presenza in Lega sono tutte operazioni che soltanto ad una tifoseria disattenta possono sembrare di secondo piano. Perché aver riportato la società in una sede degna di tal nome che dovrebbe, tra qualche tempo, ospitare anche la foresteria del settore giovanile e una palestra adeguata sono comunque operazioni che vanno al di la dell’immagine e sono proiettate verso un futuro che inevitabilmente dovrà poggiare sulle basi solide di uno stadio di proprietà e di strutture annesse (altra sua idea subito sposata dal patron).
Potremmo andare avanti ancora per un po’ ma non lo riteniamo giusto perché non siamo avvocati difensori di nessuno, nemmeno di Ranucci che resta un manager di prim’ordine con la passione esagerata per quel calcio con non gli ha regalato le soddisfazioni che avrebbe meritato. Anche per colpa sua, è ovvio. Perché i suoi errori li ha commessi. Uno su tutti: non aver cercato di strutturare al meglio lo staff societario. Lui è stato il frontman della Ternana ma anche il primo e spesso unico interlocutore di tecnici e squadra. Avrebbe dovuto trovare in quel ruolo i soggetti giusti. C’è chi sostiene che non ha voluto, noi pensiamo che non sia riuscito a trovare gli elementi giusti. Poteva probabilmente essere De Canio uno di questi, ma i risultati non hanno premiato la scelta. Una scelta che denota passione e voglia di fare il meglio (portare il grande nome) ma che probabilmente non ha tenuto conto della realtà in cui era precipitata la Ternana. Spesso, troppo, ha dato l’idea di essere un uomo solo sul ponte di comando anche se nel suo modo di rapportarsi il “noi” ha sempre prevalso “sull’io”.
Alla fine le scelte del patron lo hanno depotenziato. Il tira e molla sull’esonero di De Canio, tanto per citarne una. Il rapporto tra manager è stato e resta saldissimo. La “scheggia impazzita” Ternana non lo ha minato anche se il finale non è stato quello atteso. Un epilogo che non macchia il curriculum del manager ma gli toglie quella gioia di restare da protagonista nel mondo del calcio.
Ora al suo posto c’è Stefano Bandecchi, un altro abituato a metterci la faccia, oltre ai soldi. Uno che sembra voler andare avanti un po’ come aveva fatto Ranucci anche se potrà contare su Luca Leone quale direttore sportivo e sulla collaborazione di Paolo Tagliavento. Però la Ternana sarà inevitabilmente lui, Bandecchi. Un rischio enorme quello che si è assunto il patron, e stando all’esperienza fin qui maturata, farà bene a valutare la necessità di aggiungere pedine nello scacchiere societario.

E’ vero, quando si è presentato la prima volta, Bandecchi ha dato l’idea di quello che voleva ribaltare il mondo del calcio. I risultati sportivi hanno fatto naufragare la sua idea. Riproporre il modello Fondi alla Ternana è stato un disastro e quell’involontaria arroganza che ha fatto trasparire nell’avvio del rapporto con la città ha generato danni ancora più grandi. Ora però i fatti vissuti costituiscono un bagaglio di esperienze dalle quali trarre insegnamento per il futuro. Sarà difficile ma potrà farcela, anche se non avrà al suo fianco un Ranucci ad aprirgli la strada, a metterci la faccia in prima battuta. Ora quella che si pone davanti alla piazza e alla squadra è soltanto la faccia di Stefano Bandecchi. Per questo merita un grande in bocca al lupo al pari di Ranucci che potrà togliersi le soddisfazioni che merita nel suo nuovo incarico e magari aggiungerci qualche soddisfazione calcistica macchiata di rosso e di verde. Colori che nonostante tutto gli sono rimasti nel cuore.

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