Presidenti e allenatori, quando la convivenza può essere un affare o un problema

Allenatori invitati a non disfare mai la valigia. Sono sempre i primi a pagare quando le cose vanno male, costretti per primi ad accettare delle condizioni imposte dai loro presidenti. Quelli che fanno il bello e il cattivo tempo all’interno delle società, assumendo dei ruoli che vanno aldilà delle proprie competenze, con conseguenti risultati negativi sia sotto il profilo sportivo che in quello gestionale.
In passato come ancora oggi accade, assistiamo ad esoneri di allenatori da parte di alcuni presidenti, molto spesso anche per motivi davvero inspiegabili.

Essere megalomani è una caratteristica molto diffusa tra i presidenti di molte società, che oltre tutto, preferiscono affidarsi a procuratori, sponsor ed a tutto ciò che può consentire di avere un tornaconto, indifferenti alle difficili situazioni in cui gli allenatori sono costretti a lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati.


Nell’ultima giornata di Serie A, sono state fortemente a rischio le panchine di Eusebio Di Francesco e Gennaro Gattuso, ottimi professionisti che in caso di mancata vittoria avrebbero potuto salutare Roma e Milan. Senza avere particolari colpe, come già accaduto nel recente passato, che ha visto un altro bravo tecnico come Sarri costretto a lasciare Napoli, per emigrare in Premier League alla guida del Chelsea, solo perché aveva rubato la scena al presidente De Laurentiis dopo aver riportato i partenopei ai vertici del calcio italiano.
Scendendo nelle categorie inferiori, la situazione è ancor più drastica, perché se nelle serie maggiori troviamo presidenti vulcanici come De Laurentiis o Zamparini, dalla C in giù, finendo ai settori giovanili, troviamo situazioni che non hanno nulla a che vedere con questo sport. Basti pensare che esistono allenatori costretti a pagare o a portare sponsor pur di lavorare. Procuratori che si trasformano in direttori sportivi, genitori che pagano le società per far giocare i propri figli, convinti di avere in casa i nuovi Messi o Ronaldo.


E’ davvero tutto molto deprimente! Se oggi il calcio italiano ha toccato il fondo, lo si deve anche a questo mal costume che sta portando soltanto umiliazioni e fallimenti su ogni fronte. Oggi, l’obiettivo primario di chi è a capo di una società, è quello di guadagnarci ad ogni costo, a prescindere dai risultati ottenuti sul campo dalla squadra.
Essere allenatori non significa soltanto essere bravi tatticamente, ma avere la fortuna di poter praticare questa professione in maniera seria, con la speranza di trovare società formate da uomini di calcio e non da ciarlatani, che costringono questi professioni a determinati compromessi.
Sarebbe bello che anche in Italia, la figura dell’allenatore fosse come in Inghilterra, dove i tecnici ricoprono dei ruoli manageriali, senza essere condizionati da presidenti esaltati che rovinano le società e li esonerano alla prima difficoltà.


Tantissimi malcontenti vengono creati da loro, che poi sono i primi a scappare quando i conti non sono in ordine. Il calcio necessita di entusiasmo, serietà e professionalità per un sistema che negli anni ha sempre trascinato tifosi e ammiratori, ma che oggi, per le tante contradizioni in atto, tende a sminuire la passione del tempo che fu.