Max Cejas, argentino, centrocampista, una vita a recuperar palloni…

    Max Cejas, classe ‘80, argentino, centrocampista. Segni particolari: mediano. Una vita a recuperar palloni. Ha iniziato a giocare a calcio da bambino, nel suo Paese, ma è in Italia che ha cominciato la vera carriera calcistica, nel Giugliano. Il tutto dopo aver risolto i problemi di cittadinanza. Ha girato l’Italia, in lungo e in largo, dove ha vestito anche le maglie del Taranto, della Ternana e del Benevento. Squadre che gli hanno regalato la gioia dei play-off.  Il cambiar pelle fa parte del suo DNA, ora infatti si dedica anche ad un nuovo progetto sportivo riguardante il padel, sia in veste di giocatore che di allenatore.

    Tanti tifosi rossoblu si ricordano ancora di lui.

    Max, un approdo in Italia piena di aspettative, hai invece incontrato mille difficoltà. Ti hanno negato, da subito, la possibilità di giocare a calcio e ti sei adattato a mille mestieri. Che ricordi hai di quel periodo? 

    Sono argentino, arrivai in Italia nel 2001, non essendo comunitario, ma di padre spagnolo, attesi entrambi i passaporti per avere la doppia cittadinanza. Fino al 2002, prima di cominciare a giocare a calcio, ho lavorato soprattutto nei ristoranti. Ricordo anche che per un periodo mi misi ad aggiustare i biliardini, con un amico siciliano che mi ospitava a casa sua. Mi arrangiavo come potevo per potermi mantenere e raggiungere il mio grande sogno che arrivò, poi, con un primo ingaggio in Sicilia. Nel Milazzo.

    La tenacia del tuo procuratore e soprattutto la tua ti hanno portato finalmente a giocare. Raccontaci com’è andata. 

    Ho dovuto lottare e impegnarmi molto nella mia vita. Ho cominciato a giocare a calcio da bambino, nel mio Paese. Come under-17 partecipai ai campionati mondiali in Egitto con l’Argentina. Poi il mio procuratore e grande amico, Filippo Fusco, che mi è stato sempre molto vicino, mi propose la piazza del Giugliano in cui sono stato tre anni in serie C2.  Successivamente ho disputato ben due semifinali play-off: la prima con il Taranto in serie C sfiorando la promozione con l’allenatore Papagni, la seconda con mister Cari, nei famosi spareggi di Ancona dove segnai anche un bellissimo gol. 

    Poi ci furono il Benevento, il Brindisi e la Ternana. Nel 2014 andai a Forlì indossando la maglia da capitano. Poi Ostia, Casarano e molte altre piazze italiane. 

    L’arrivo al Taranto con tante buone prestazioni, ti fanno diventare uno dei beniamini dei tifosi. Tra i tanti amici, tra cui Luciano Bimbola, recentemente scomparso prematuramente. Cosa ricordi della parentesi tarantina? 

    A Taranto mi sono fatto davvero tanti amici. I tifosi mi amavano molto ed io contraccambiavo. Ci mettevo sempre tanto impegno e passione, i tifosi questo lo apprezzano. A Taranto la tifoseria è capace di applaudirti anche se la partita la perdi. Loro sanno valutare e tengono in gran conto il sacrificio e il nostro dare tutto durante le partite. Puoi anche non fare risultato, ma devi uscire dal campo con la maglia sudata e dimostrare il tuo attaccamento ai colori. È questo che conta per loro. Ed io ho sempre dimostrato tutto il mio amore. 

    Purtroppo in questa piazza non sono riuscito a vincere nulla e questo rappresenta un forte rammarico, proprio perché ci ho messo l’anima. 

    Per quanto riguarda Luciano Bimbola, oltre ad essere un gran tifoso rossoblu, è stato per me come un secondo padre. Ero qui da solo, lontano da casa e lui mi ha fatto sentire il calore di una famiglia, la sua. La frequentavo assiduamente. Inoltre, il suo ristorante “Il rugantino” rappresentava per noi amici un punto di ritrovo per divertirci, in compagnia, nei momenti di libertà. Ricordo i pranzi, le cene e soprattutto il karaoke che, in quegli anni, andava molto di moda. La perdita di Luciano è stata davvero dolorosa per me e tutti quelli che lo conoscevano. Era una persona molto generosa e veramente speciale.

    Ricordi qualche aneddoto di te, appena arrivato a Taranto, che riguarda, per esempio, il tuo saper piacere molto alle ragazze?

    Io a Taranto sono arrivato passando direttamente per il ritiro precampionato di Penne, in Abruzzo. Quando finita la preparazione estiva, arrivammo in città, non immaginavo minimamente di essere già conosciuto,  alla massa dei tifosi, mentre passeggiavo in centro o entravo in qualche negozio. Ricevetti fin da subito dimostrazioni di affetto nei miei confronti. Anche i miei compagni di squadra erano altrettanto amati e partecipi delle stesse emozioni. La tifoseria rossoblu quella possiede una marcia in più nel rapporto con i propri beniamini.

    Io poi, essendo argentino, abituato al calore e all’accoglienza, mi sono sentito come a casa, ritrovando lo stesso tipo di affetto e vicinanza a tanti km da casa.

    Per quanto riguarda le ragazze tarantine, ricordo che sono molto belle, e anche tifose. A quei tempi ero single, non sono mai stato fidanzato in quel periodo. Quello delle ragazze che mi inseguivano è sempre stata una leggenda metropolitana. (Ride).

    Poi decidi di fermarti a Terni, si apre una nuova parentesi di vita, metti su famiglia. La tua nuova compagna e diventi anche papà. Nuove esperienze anche da un punto di vista lavorativo. 

    Sono tornato a Terni con la famiglia e sono qui da due anni, dopo aver vissuto anche a Forlì dove ho giocato nel 2013 e dove ho conosciuto Valentina, la mia attuale compagna. Nel frattempo è nato mio figlio Mattia che ora ha 7 anni e pratica karate non essendo appassionato di calcio. 

    Dicevo, sono tornato a Terni perché mi hanno proposto un nuovo progetto imprenditoriale che mi ha molto incuriosito. Riguarda la squadra di calcio locale, la Terni Est Soccer School di cui faccio parte, sia come giocatore, sia come allenatore del settore giovanile. Io cerco soprattutto di trasmettere alle nuove generazioni, oltre alla tecnica calcistica, quei valori in cui credo e che si stanno via via perdendo. Quei valori, indissolubili, che fanno diventare prima uomini e poi calciatori. Sono abbastanza soddisfatto di me stesso dato che a 41 anni gioco ancora in promozione. 

    Inoltre, sono appassionato di Padel e mi sono lanciato in questo nuovo progetto in cui mi ha indirizzato un caro amico. Il Padel rappresenta un’altra grande passione che porto avanti da quando avevo circa 8 anni. Ricordo che in Argentina giocavo a Padel con due racchettoni di legno rudimentali e mi divertivo molto. Dalle mie parti il Padel si praticava già negli anni ‘80-’90 ed ora è esploso anche in Italia e in tutta Europa. Anche in questa attività svolgo il ruolo di giocatore e allenatore di chi vuole avvicinarsi a questo sport emergente.  Per finire, gioco anche a tennis. Posso considerarmi un vero amante dello sport.

    Che messaggio intendi inviare al Taranto ed ai tifosi rossoblu?

    Taranto e la sua tifoseria mi sono rimasti nel mio cuore. Quest’anno hanno raggiunto un traguardo importante e auguro loro di continuare la scalata verso ulteriori successi, ma soprattutto auguro ai genitori, ai nonni e ai tifosi tutti di trasmettere nelle nuove generazioni quell’amore per i colori rossoblu, quell’attaccamento alla squadra, quella passione vera che solo Taranto e poche altre tifoserie sanno regalare. 

    La curva nord dello Iacovone è un’emozione unica, una volta conosciuta ti rimane dentro per tutta la vita. Mantenere e installare quei valori autentici nei giovani sarebbe per la città un valore aggiunto e conservare per sempre, a prescindere dai risultati ottenuti. Sarebbe questa una vera ricchezza. Un mio sincero augurio.

    Max, mi togli una curiosità? Dove è finita quella tua fluente capigliatura che tanto piaceva alle ragazze e veniva imitata dai ragazzi?

    A 41 anni ho deciso di cambiare look. I capelli sono diventati brizzolati e ho optato per un taglio corto e più consono all’età. Mi farebbe piacere piacervi lo stesso. Così come sono adesso.

    Certo Max che continui a piacerci. Anche perché ci hai dato conferma di essere rimasto quel ragazzo genuino, semplice e ricco di principi che abbiamo conosciuto 20 anni fa!

     

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