Le metastasi del calcio malato, sono arrivate sino a Rieti?

Sorprende constatare che quando si parla di argomenti inerenti il calcio “malato”, i feedback arrivano a migliaia.
Come una sorta di liberazione, chi non ha i mezzi (economici e non) e chi ancora è rimasto un “sognatore” alza la testa dicendo “alleluja”!

Eppure, in tutti i campi da gioco, dai dilettanti ai professionisti, già a partire dall’attività di base, le strane dinamiche “extrasportive” regnano sovrane. Danneggiando gravemente lo sport più bello del mondo.
Il calcio rappresenta la quarta industria del Paese. Chissenefrega, pertanto, se i giocatori sono “bravi”. E’ più importante che siano utili al sistema economico. Questo mal pensiero, oramai divenuto prassi, si è evoluto esattamente come un “cancro che spallina”…

Cerco di spiegarmi meglio. Un cancro che colpisce l’organismo inizia silenziosamente a riprodurre le sue cellule malate. A partire dall’organo più debole. Purtroppo quando viene fatta la diagnosi, è diventato già abbastanza grande.
Cosa fare se è possibile? Estirparlo…
Anche rimosso, nessuno può purtroppo sapere se alcune delle sue cellule si siano insinuate in altri organi.
Se il cancro ha “spallinato”, con le metastasi, le cellule malate sono ovunque. Debellarle diventa un’impresa miracolosa.

Il cancro del calcio non si sa bene da dove sia partito. Di certo le cellule malate si sono insinuate così bene, all’interno del sistema, che lo stanno portando al collasso.
Dalle scuola calcio, all’agonistica, alle prime squadre di società professionistiche e dilettantistiche (salvando le eccezioni). La prassi, ormai consolidata, è solo una… tu porti? Tu giochi.

Cosa porti? Non è importante cosa, qualsiasi cosa. Denaro, auto, rolex, viaggi, computer, assicurazioni, favori di varia natura.
Ah… da non dimenticare (importante) il “sesso”!

A volte l’organismo riesce a guarire. Perché ciò avvenga le terapie debbono essere d’urto, e il “cervello” (Federcalcio) con la volontà determinata potrebbe rappresentare la cura definitiva.

Potrà mai accadere sul nostro territorio?

La scorsa settimana, scrivendo sui “graffi” di ipotetici esempi di questa malagestio tentacolare, abbiamo (con i miei collaboratori) citato il Rieti.
Si è sollevato un polverone.
Le code di paglia si sono “rizzate” tutte.
Eppure avevo sentito il presidente Curci ed avevo raccolto le sue “lamentele”. Sull’argomento “pratiche” (l’ormai consolidato giochi per come ti presenti, alla faccia della meritocrazia) mi avevano telefonato diversi genitori esternandomi le loro rimostranze. Per non parlare di addetti ai lavori che citando nomi e fatti (ho conservato tutto) indicavano situazioni di una trasparenza tutt’altro che cristallina.
Ho fatto (faccio tuttora) del calcio la mia vita. Attraversando, considerata l’età, più di una generazione.
Un giorno, agli inizi della mia carriera (per esempio) mi “spiegarono”, quelli più “grandi” ed esperti di me, che se non avessi rispettato gli “orfanelli” sarei inevitabilmente uscito dal sistema.
Non sapevo, ancora, neanche chi fossero gli “orfanelli”. Sapete chi erano? I colleghi o gli addetti che in qualche modo erano intervenuti in una ipotetica trattativa. Anche gli orfanelli dovevano “vivere” ed andavano pertanto foraggiati. Imparai presto!
Sono solito dire che nel calcio non esistono santi ed io non sono mai “sentito” un santo! Ma si deve porre un limite a tutto.

Oggi si sta andando ben oltre.

Di presidenti, di colleghi, di allenatori, calciatori. Di procuratori e di addetti in genere ne ho conosciuto di tutti i tipi. Si salvi chi puo!
Nel calcio non si sa quello che non si fa. Gli armadi sono pieni di scheletri. Vale per tutti! Chi più e chi meno.
Il male è che con il passare degli anni le cose sono peggiorate. Notevolmente.

Oggi, dalla serie C a scendere alleni, giochi, ti inserisci se porti lo “sponsor”. Se fai favori. Te lo chiedono senza vergognarsi. Sovente non vengono salvate neppure le mammine.
Spesso però, negli ultimi anni, le parti si invertono. Sono gli stessi interessati/e che si offrono. I genitori per far giocare i figli, gli addetti (senza distinzione alcuna) per lavorare. Sta diventando una regola non scritta.
Nel calcio non si sa quello che non si fa. Sarà bene non dimenticarlo mai! Ho scritto sopra.

Pertanto…

Alberto Mariani, il disastroso (per i risultati ottenuti) allenatore del Rieti che sbraita ed alza la voce, fa solo danno a se stesso. Un professionista con la “P” maiuscola, valutato il materiale umano che gli avrebbero messo a disposizione, non avrebbe mai accettato quell’incarico.
Il Rieti, ultimo in classifica, con un solo punto all’attivo, ha giocato sei partite. Ha collezionato cinque sconfitte ed un pareggio. 16 gol subiti. Solo da vergognarsi.
La situazione è ormai degenerata. Il presidente, stufo di attingere dal proprio patrimonio, si è defilato. Sul Rieti incombe un futuro incerto. Un professionista con la “P” maiuscola, per rispetto principalmente verso se stesso, avrebbe da tempo rassegnato le dimissioni. Un professionista “vero” sa che la maggior parte dei giocatori del Rieti non sono utili per disputare un buon campionato di serie C.
Uno “vero” si sarebbe presentato dal presidente. Lo avrebbe correttamente relazionato sulla carente situazione tecnica. E poi avrebbe tolto il disturbo. Si sarebbe evitato alcune pessime figure compresa quella ultima di Catanzaro.
Alberto Mariani non lo ha fatto. Non lo fa. Ci sarà un perché?

Altrettanto dicasi per i collaboratori alla gestione sportiva. Gira nell’ambiente un elenco contratti, alcuni estremamente onerosi per la categoria. Anche oltre i 100 mila euro (sic!). Poi non si può fingere di meravigliarsi di quanto accade intorno a te. Giusto Di Santo?

Nel frattempo alle falde del Terminillo “svolazzano” tanti volatili “migranti”. I soliti noti. Compreso l’ex Cuneo Roberto Lamanna. Diverranno stanziali?

Quel mio arguto amico era solito dire: a pensar male è peccato, ma spesso ci si indovina.

Nella foto di copertina Roberto Lamanna

 

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