La competenza dirigenziale ai tempi della crisi. Viaggio nel sistema calcio, nelle sue contraddizioni e degenerazioni

Il calcio moderno sembra diventato una vera e propria passerella. Sono ormai lontani anni luce quei momenti in cui la partita (domenicale) rappresentava un momento di svago e nello stesso tempo di orgoglio e appartenenza per i colori della propria realtà sociale. Un momento di condivisione emotiva in cui andare allo stadio era sicuramente l’ ennesima dimostrazione di quanto il calcio fosse uno sport popolare e quanto, di conseguenza, favorisse lo spirito di sentirsi comunità. Con tutte le conseguenze (positive) e circostanze del caso e dell’ occasione.

In pochi anni il calcio è passato dalle mani di semplici e innocue (per modo di dire) pay-tv a vere e proprie agenzie dello spettacolo le quali lavorano per rendere tale qualsiasi partita in sé. Facciamo chiarezza: non è contraddittorio o drammatico il fatto che il calcio sia uno spettacolo da ammirare. Diventa preoccupante dover rendere tutto preconfezionato in modo da farlo sembrare tutto troppo bello e perfetto nell’esibizione e all’apparenza. Invece maschera gli eterni problemi che una nazione come l’ Italia si porta dietro da sempre, rendendolo di conseguenza sempre più malato, proprio perché apparentemente tutto troppo in ordine.

In questo calcio non c’è spazio all’ imperfezione che renderebbe tutto più bello e umano, proprio come accadeva fino agli anni ’80-’90. Guarda caso prima dell’ avvento delle pay-tv e del liberismo sfrenato che ha aperto a una globalizzazione senza remore. Basata solo sulla commercializzazione di qualsiasi cosa, che calpesta qualsiasi identità socio-culturale di cui il calcio, nel suo piccolo, ne è stato sempre portatore sano.

In tutto questo disgusto i più grandi responsabili ovviamente sono coloro che risiedono nei palazzi del potere. Non possono essere i tifosi che, contrariamente, sono le vittime sacrificali di questo sistema che definire malato diventa quasi un eufemismo. Non per giustificare la violenza, ci mancherebbe altro, anche perché in Italia è evidente che non vi è neanche un grandissimo interesse, per arginare prima e archiviare poi tale fenomeno. Talvolta sembra quasi che vengano messi in risalto più gli episodi di violenza, non tanto per la notizia in sé, quanto per mascherare i veri problemi di cui il calcio (che è un aspetto sociale sia chiaro ) è pieno fino al collo.

Forse sarà sbagliata la mia visione che vede nella realtà oggettiva un problema di tali proporzioni, ma facendo un’ analisi attenta viene quasi spontaneo chiedersi come mai i media si concentrino più sulla cronaca e sulla notiziola in sé, oppure sul gossip calcistico. Peggio ancora su fantomatiche notizie, e mai nessuno che faccia un’ analisi di come vadano (male) realmente le cose?

Qui le conclusioni sono due: o tanti colleghi dei media sono poco attenti e preparati, oppure seguono l’ onda generazionale sociale che li fa diventare schiavi inconsci di un sistema. Affermando (talvolta presuntuosamente) addirittura il contrario, privandosi paradossalmente volontariamente della propria libertà d’ espressione.
E’ possibile mai che nessuno si sia mai posto il problema, prima di me, per esempio, sul caro biglietti in un periodo di crisi come quello attuale in cui vive l’ Italia? Ma soprattutto come mai nessuno abbia mai fatto notare su quali regole e principi si basano la formulazione dei prezzi stessi da parte delle società di calcio?

Questo sarebbe un bel discorso da fare. Personalmente non sono qui per giudicare l’ operato di una singola società se decide di stabilire un prezzo del biglietto alto per una partita di calcio, magari di cartello o contro una big del campionato. Mi chiedo, come mai la Lega Calcio non stabilisce delle regole su cui attuare questi prezzi? Come mai non vi è uno studio statistico in cui venga analizzata la realtà sociale di ogni città appartenente al massimo campionato, basata sui dati di occupazione, crescita, tenore di vita, ecc.. ecc.? Perché è evidente che il tenore di vita di Milano o Torino non è lo stesso di Napoli, Bari o Lecce. Ed è scontato che il prezzo di 50 euro di un biglietto di Inter-Lecce, per esempio, non ha lo stesso impatto sociale che potrebbe avere lo stesso prezzo stabilito a parti invertite. Questo lo capirebbe anche un bambino!

La morale di tutto questo ci sta a dimostrare quanto la classe dirigente in Italia sia veramente incompetente, ma soprattutto quanto questa deriva si stia diffondendo a livello sociale andando a influenzare chi dovrebbe vigilare su questa situazione degenerante. Una situazione che non promette bene e che va ad incentivare sempre di più l’ odio tra le varie tifoserie appartenenti alle diverse città e squadre che compongono la Serie A.

Un odio che serve a chi occupa i palazzi del potere quasi come una forma di controllo sulle masse, in modo che, indirettamente, queste possano rinsaldare questa posizione di privilegio di cui molti dirigenti godono in maniera poco competente e molto opportunistica. Far litigare le masse serve a mantenere il popolo disunito e in disaccordo perché al contrario farebbe paura e potrebbe far vacillare il potere stesso, recuperando diritti e dignità, e ridando al gioco del calcio quella bellezza primordiale oggi perduta a scapito di uno spettacolino preconfezionato, che ha la stessa valenza dei prodotti surgelati che si trovano al supermercato.