IL LEGAME TRA DIRETTORE SPORTIVO E ALLENATORE

Può capitare, anche spesso, che un tecnico non riesca a esprimersi al meglio perché non ha trovato un direttore sportivo in grado di aiutarlo e proteggerlo nei momenti di difficoltà, come succede che un direttore sportivo non trovi nel tecnico colui che sappia far crescere al massimo la rosa che ha costruito e che possa tramutare in campo le idee sottese all’individuazione del profilo.

Sono due profili che non possono mai essere antitetici, soprattutto perché hanno mansioni differenti, ma devono lavorare insieme in un processo dove gli atti e i gesti dell’uno vanno pesantemente a coinvolgere la sfera dell’altro.

Tra gli esempi di disaccordo, nella sfera tecnica, un allenatore può aver bisogno per il suo centrocampo, da disporre a tre uomini, di un interno con particolari requisiti e magari il direttore gli compra il classico mediano dedito solo alla fase di rottura, che non ha capacità d’inserimento e che necessita di avere accanto un compagno maggiormente qualitativo. O un direttore intravede un talento che deve essere sgrezzato e migliorato, con il tecnico che non vede le stesse qualità e non migliora il giocatore o non ne limita i difetti come nei desideri del direttore sportivo.

I motivi di mancato accordo tra i due possono realizzarsi anche in altre sfere non tangibili sotto il profilo puramente tecnico, come la gestione di determinate situazioni, il rapporto con la stampa o con gli altri dirigenti o con il Presidente. Possono poi verificarsi “invasioni di campo” dell’uno nella sfera dell’altro e quindi confini che vengono debordati e che portano alla rottura dei rapporti tra i due.

In serie A c’è’ una squadra che da anni riesce a nascondere con gli ottimi risultati i deleteri rapporti tra le due figure. Prima però di addentrarci ulteriormente nell’argomento, comincio a dire che un buon direttore deve mettersi a disposizione del tecnico per rendergli la vita più facile, in quanto un mister si deve occupare solo del campo per poter dare il massimo. Il DS deve diventare una sorta di factotum il cui interesse deve essere il bene della squadra e deve sollevare il mister da questioni che prescindano dal campo. Per contro, il tecnico deve evitare di andare oltre i suoi limiti ed entrare in sfere che non sono di sua stretta competenza.

Fatte queste doverose premesse, è cruciale per una società che ci sia grande feeling tra le due figure a cui dovranno affidare il programma pluriennale. Capita, sbagliando, che sia scelto prima il tecnico. Dovranno chiedergli se ha piacere di lavorare con qualche direttore in particolare e viceversa. Se invece ritiene di scegliere le due figure separatamente, deve stabilire a priori i confini di entrambi, ma ci vuole competenza per conoscere le attività in cui si dipana la vita di un club di calcio e la ripartizione delle competenze, ma questa è un’altra storia.

I due si devono conoscere perfettamente e il direttore deve avere consapevolezza del modulo e delle caratteristiche tecniche dei giocatori che il mister predilige, affinché possa costruire l’abito su misura che poi verrà vestito a dovere dal coach.

Il rapporto tra i due deve essere di collaborazione e fiducia reciproca, dove possibilmente ci sia una sorta di equilibrio a livello intellettuale e di personalità allo scopo di evitare disparità che si possono riverberare sulla squadra. In tal senso, sarebbe meglio che il responsabile dell’area tecnica non andasse in panchina – dove il dominus deve essere il mister – e che vedesse la partita in tribuna, dall’alto.

Per due motivi: il primo è per osservare situazioni della partita non facilmente desumibili dalla visione dal campo e l’altro, non meno importante, è quello di consentirgli di guardare la partita con il presidente allo scopo di “ammortizzare i colpi” che provengono dall’entourage della proprietà e di chiarire una serie di scelte compiute dal mister non facilmente “comprensibili” da chi non conosce le situazioni interne di spogliatoio e di squadra.

Nessuno deve togliere luce all’altro, perché ci saranno momenti nel corso della stagione dove l’uno o l’altro o entrambi contemporaneamente, dovranno prendere delle decisioni nel massimo dei poteri loro concessi.

Esempi di grande feeling tra le due figure possono essere rinvenuti nei successi del Genoa dove insieme, per anni, hanno lavorato Gasperini e Capozucca. Il Sassuolo ha fatto il salto di qualità definitivo nel connubio tra Bonato e Di Francesco. Attualmente la Spal si giova del rapporto tra Semplici e Vagnati e all’Inter si è appena ricomposto il tandem tra Marotta e Conte che ha dato l’avvio ai successi della Juventus.

Una cosa prima di concludere. I due però non devono andare troppo d’accordo, perché in certi contrasti, costruttivi, si fondano le basi di una solida crescita.

Nella foto d’annata (Ninni Cannella): un ancor giovane Ivo Iaconi con Vittorio Galigani ai tempi della loro vittoriosa esperienza tarantina

 

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