IL DISARMANTE GHIRELLI: SERIE C COME MINA, GRANDE GRANDE GRANDE (MA QUANDO MAI!)

    Non sono d’accordo con quelli che sostengono che, nel presente, non bisogna pensare e parlare di calcio. Non condivido quella linea di pensiero. Il momento è, senza dubbio, particolare e difficile. Il “diavolo” come io lo definisco ci ha aggrediti, inaspettatamente, alla parte vitale del corpo. In tanti casi ci sta portanto via anche gli affetti più cari.

    Il “diavolo” (come io definisco il Covid-19) ci ha imprigionati. Ci ha chiusi in casa privandoci della libertà. Ci ha tolto il piacere del nostro vivere quotidiano.

    Il vivere appunto.

    Quel desiderio di sopravvivenza che ci obbliga ad accettare tutto. Perché il nostro desiderio è quello di tornare, quanto prima, alla normalità.  E nella normalità, in Italia, primeggia anche il gioco calcio. Quello dei tifosi. Quello dei quattro amici che ne discutono al bar. Quello che spesso ci divide, ma al tempo stesso ci unisce. Quello che riesce a distrarre il popolo dai tanti problemi della crisi occupazionale. Come da quelli economici, che attanagliano le finanze del Paese.

    Quel calcio che, nel comparto imprenditoriale e finanziario della nazione, occupa il terzo posto. Parliamo di quel sistema che “sposta” miliardi di euro all’anno.

    Non mi riferisco soltanto a quel pallone che 22 “scalmanati” cercano di far rotolare in fondo alla rete.

    Nel sistema calcio si parla di pubblicità, di sponsor e di incassi da botteghino. Esiste, a latere, un indotto notevole. E’ rappresentato dagli sponsor, dai diritti televisivi, dal turismo. Dalle attività alberghiere, di ristorazione, dei trasporti. Fabbriche di articoli sportivi (dalla materia prima il pallone, agli scarpini, l’abbigliamento ecc.), di medicinali, di attrezzature ginniche.  Imprese di impianti elettrici e quelle di manti erbosi. Sull’indotto potrei dilungarmi all’infinito. Non dico un’eresia quando affermo che nel bel Paese molti interessi, finanziari, ruotano attorno al mondo del calcio.

    Lo Stato, in aggiunta, lucra sul calcio somme imponenti derivanti dalle scommesse sui risultati delle partite. L’impiego, nei club, della mano d’opera (calciatori e tesserati in genere) rimpingua mensilmente le casse pubbliche con importi, notevoli, relativi a contributi ed oneri riflessi.

    Ma voi l’immaginate l’Italia privata del calcio?

    Dico che ora è giusto concentrarsi su quel “diavolo”. Arrivare, quanto prima, a sconfiggerlo. Il calcio, quello giocato, deve necessariamente attendere. Un inutile tentativo forzare la mano nelle decisioni di ripresa. Maledico allora quella notte al Meazza. Atalanta-Valencia, l’invasione di quei 65 mila bergamaschi ignari. Più che probabilmente oggi, in Lombardia, tutti godrebbero una vita diversa. E anche nel resto della nazione.

    A chi rispetta il gioco del calcio (ed il suo sistema) non interessa quando si tornerà a giocare.  Per cause di forza maggiore la stagione potrebbe prolungarsi ben oltre il 30 giugno. Come, sempre per forza maggiore, potrebbe ritenersi già conclusa. Il buon senso ci impone di prendere atto, nell’ipotesi peggiore, anche di questa seconda, malaugurata soluzione.

    Sarà doveroso rispettare i diritti di tutti.

    La salute prima di tutto! E’ vero. Sarà però determinante, al momento opportuno, che tutte le tessere del mosaico siano collocate al posto giusto.

    Di questo allora è giusto ed è lecito parlare sin d’ora.

    Perché è inevitabile. Il segnale della ripresa arriverà, in Italia, quando a quel pallone sarà nuovamente concesso di prendere confidenza con la rete della porta avversaria. Un fruscio inebriante, particolare, ineguagliabile.

    Potrà sembrare strano, ma è così.

    Il calcio rappresenterà l’immediato. Per se stesso e per quell’indotto sopra citato. Il turismo, le televisioni e poi tutto il resto. Per i vari settori dell’imprenditoria ci vorranno tempi ben più lunghi. Per rimettere in moto l’intero ciclo della produzione industriale ci vorranno anni. Il calcio, nel frattempo, contribuirà a tenere calmi gli animi.

    Facciamo le cose con giudizio allora. Giocare a porte chiuse rappresenterebbe il perdurare della sconfitta. Allenarsi senza usufruire degli spogliatoi e farsi la doccia a casa sarebbe ancor più grave. Voglio sforzarmi a comprendere gli interessi di tutti. Quelli del  magno Claudio divenuto improvvisamente “virologo”. Quelli di Cellino presidente del malcapitato Brescia che non vuole retrocedere. Quelli del “viperetta” Ferrero che oggi vede la sua Sampdoria un punto al di sopra della salvezza. Su tutti, però, metto i legittimi interessi di Oreste Vigorito, il suo Benevento ha messo entrambi i piedi in serie A. Da tempo ormai immemorabile. Nessuno si azzardi a scipparlo. In egual misura dicasi in serie C. Si salvaguardino Monza, Vicenza e Reggina. Per la quarta promozione sarebbe scandaloso dare vantaggi al Bari perché migliore seconda di tutti i gironi. Si rassegni allora De Laurentiis.

    Per sapere quando si potrà tornare a giocare non ci resta che affidarci agli scienziati della medicina. Non abbandoniamoci a previsioni affrettate. Rischiamo tutti di fare delle pessime figure.

    Abbiamo però il dovere di pensare al calcio che verrà. Valutiamone assieme le prospettive.

    Vedo difficile, nel futuro prossimo, che un industriale/imprenditore (presidente di un club serie C) che oggi ha messo in cassa integrazione tutte le sue maestranze (operai che guadagnano poco più di mille euro al mese) possa sedersi a trattare con un giocatore (e con il suo procuratore) un contratto che al lordo raggiunge le sei cifre. Rappresenterebbe un’offesa alla morale ed all’etica. Come ammettere di non aver compreso nulla. Per non parlare della serie D e dei “rimborsi” corrisposti in quella categoria.

    Sta quindi a vedere che, alla fine, tutti i mali non vengono forse per nuocere.

    E’ indispensabile che tutti rimettano i piedi, ben saldi, a terra.

    I tempi dello sperpero sono finiti. A tutti i livelli. Anche nel calcio. Anche in Federcalcio, lo impone il momento. Il bel Gabri sembra però essere ancora insensibile a questo richiamo. Oltre ai vari contratti degli amici, dei loro figli e della “prediletta” (avvocato Chiara Faggi) si è aggiunta in questi giorni l’ennesima perla. Dovendo temporaneamente chiudere gli uffici in via Allegri, a seguito delle ristrettezze imposte dai decreti governativi (Covid-19 impera), sono stati presi in fitto temporaneo, per sei mesi, 90 pc molto basici. Ognuno a 50 euro al mese. Quindi ogni mese si spendono 4.500 euro di noleggio. E si buttano dalla finestra altri 27 mila euro.

    Vittorio, ma che te frega, mica sono soldi tuoi! Lasciami in pace.

    Qualunque sia la decisione, assunta sull’esito finale della stagione attuale, bisognerà poi fare i conti (nei tempi e nei metodi) con le procedure di iscrizione alla prossima. Gravina si dimostra inamovibile (beato lui) quando  parla dei format del professionismo. In Lega Pro (la lingua batte dove il dente duole) sono però già emerse le avvisaglie delle prime difficoltà. A meno che vengano rivisitate molte norme, inerenti il rilascio delle licenze nazionali, si prevede una falcidia. Su 60 club quanti saranno in grado, per esempio, di depositare la fidejussione da 250 mila euro, a garanzia del campionato? Quanti saranno in regola con la contribuzione, quanti avranno pagato gli stipendi?

    Gli stipendi appunto.

    Un gran bel contendere. Non si gioca. A rigor di logica la riduzione degli ingaggi, da parte dei calciatori, dovrebbe partorire da una decisione autonoma. Tommasi invece nicchia, asserisce che non è ancora il caso di parlarne.  Si rintana dietro gli effetti del Covid-19.  Bisognerà invece agire con criterio. L’articolo 1256  del Codice Civile recita in modo chiaro sulle cause di forza maggiore.

    Come dicevo sopra non ci sono i soldi per pagare gli operai, figuriamoci i calciatori. Il vecchietto di Gubbio, presidente (sempre più minuscolo) della serie C, non viene mai meno a comportamenti censurabili. Anziché schierarsi in modo deciso, al fianco dei suoi presidenti, tenta un accordo con l’Associazione Italiana Calciatori. Il sindacato dei percipienti. Questa, in verità, non l’avevo mai vista. Mi rimane impossibile da comprendere. Perdonate, mi posso anche sbagliare, ma “puzza” tanto di accordo politico elettorale. Un tentativo, anziché imporsi nel taglio agli emolumenti, alla ricerca di voti. La necessità di avere dalla propria parte quel 20 per cento che rappresentano i calciatori in assemblea elettiva. Sembra infatti che Gabri non si sia ancora arreso. Vorrebbe restare in sella ancora per un altro mandato. Il vecchietto gli starebbe tirando la volata.

    Il vecchietto di Gubbio, appunto. Si è eretto a fonte inesauribile. Di nozioni. Di filosofia. Di insegnamenti. Di notizie. La sua quotidianità, nell’esprimersi e nel rilasciare interviste, è impressionante. Un tuttologo, ogni pretesto è buono (la conferma che è iniziata la campagna elettorale). Peccato accusi, di tanto in tanto, alcune dimenticanze. In alcuni casi  si contradice. In altri sembra volersi prendere gioco del prossimo. Con una costante però, tende sempre a propinarci una realtà inesistente. Dileggia mentre il Covid-19 continua a mietere vittime. Pillole ineguagliabili di fuffa mescolata tra campanili e pulmini. A proposito di pretesti, riporto qui di seguito, integralmente, gli auguri di buon compleanno twittati a Mina, il giorno del suo compleanno.

    La serie c è il territorio, l’Italia, le tradizioni, la passione. Proprio come le canzoni di #minamazzini, che ha unito generazioni e orgoglio italiano. Da noi tutti, buon compleanno Mina#mina80
    2:10 PM · 25 mar 2020·Twitter for Android

    Prego di “tradurmene” il significato. Che ci incastra paragonare la serie c (minuscolo) alla sontuosa passione di Mina, splendidamente recitata nelle sue canzoni? E poi l’orgoglio italiano. Ma quando mai! E’ semplicemente un’offesa al grandissimo talento della cantante.

    Infatti, alla fuffa compiacendo, i problemi  della categoria, caro il mio vecchietto, rimangono sempre sul tavolo. Irrisolti.

    Altro che “grande, grande, grande”.

     

     

     

     

     

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