IL CALCIO, CHI E’ CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SE STESSO

Le risultanze delle assemblee di serie A, della serie B e di Lega Pro. Interventi di sistema sulla (im)probabile ripresa dei campionati.  Ci si sta anche “accapigliando” sull’attribuzione dei titoli e contro l’Associazione Italiana Calciatori, relativamente alla volontà di non pagare alcune mensilità di stipendi ai tesserati. La serie A lo ha stabilito autonomamente, articolandolo, nel corso dell’ultima assemblea. Altrettanto la serie B che oltre a non voler pagare stipendi ha deciso di presentare istanza a Gravina di non fare applicare, per il rilascio delle licenze nazionali, il rispetto del pa (per i profani, il parametro riferito al patrimonio attivo circolante).

Si allontana sempre più l’ipotesi della cassa integrazione anche per i calciatori. Un’utopia (se la volessero dare al calcio, i nostri governanti, non potrebbero dimenticare i professionisti che praticano altri sport).L’argomento sulla bocca di tutti: si gioca si, si gioca no. Perché senza il denaro di Sky e Dazn anche la serie A rischia di implodere.

La causa di forza maggiore (predominante nelle decisioni) viene presa sotto gamba . Ma chi può dire, oggi, quando si potrà tornare in campo e sugli spalti. Quando si potrà vedere una partita vera. Perché, lasciatemelo dire, il calcio a porte chiuse è come mangiare un fumante piatto di spaghetti privo di qualsiasi condimento. Il calcio virtuale, quello a pagamento delle televisioni, non piace a nessuno. Lo si subisce per necessità. Gli appassionati, i tifosi vogliono percepire dal vivo il palpito di quei novanta e più minuti.

Presidenti e Aic si stanno “accapigliando” su argomenti di interesse economico. Risparmiare una, due o più mensilità di stipendi. Chi governa il sistema calcio, invece, lavora soltanto per il proprio tornaconto. Lo sperpero del denaro pubblico è palese.

Per quanto concerne l’Aic mi appare svuotata di ogni potere. Snobbata, nelle decisioni assunte, dai rappresentati delle due serie maggiori. Si informassero i calciatori sull’entità degli emolumenti percepiti dai vertici della loro associazione. In particolare presidente, vice-presidente e direttore generale. Oltre ai benefit, in dotazione a ciascuno, costituiti dall’utilizzo (anche personale) dell’auto aziendale, dell’utenza telefonica, assicurazione infortuni e vita nonché del rimborso di tutte le spese e dei viaggi. Lo mettano poi a confronto con coloro (sempre calciatori) che percepiscono, mensilmente, dai 1200 ai 2000 euro netti.  Appare palese che anche in questa componente occorre una decisa inversione di rotta. Non a caso, allora, la candidatura di Marco Tardelli, quale rappresentante principe della categoria, appare la più qualificata.

Tutti, in ogni caso, trascurano l’argomento principe. Le riforme!

Quello di cui il sistema sente maggiormente la necessità. Nessuno che, concretamente, getta l’occhio al di la della siepe. Di riforme si parla da tempo immemorabile, certamente, ma in modo aleatorio. Tutti cani sciolti. Non esiste sinergia di gruppo. L’ultima proposta di Gravina fa accapponare la pelle. Tra altre assurdità prevede un unico girone in serie C a 20 squadre.

Occorrono riforme omogenee, condivise. Rispettando i canoni dell’etica e della trasparenza. Solvibilità e sostenibilità concrete, palpabili. No chiacchiere solo per riempirsi la bocca.  Si mettano da parte gli interessi di qualche fondoschiena con i glutei a ventosa. Occorre una più equa ripartizione dei pesi elettorali. Mai dimenticando che nel panorama nazionale il 34% spetta al settore dilettantistico ed un altro 34% a quello professionistico. Questo equilibrio non potrà mai essere stravolto. I professionisti, tra le loro componenti, debbono invece provvedere a riequilibrare i valori. E’ indecente che la svilita Lega pro (17%) pesi più della serie A (12%).

La grande crisi industriale e finanziaria del Paese, conseguenza della pandemia, non sta ancora insegnando nulla al sistema calcio. Ci si “accapiglia” (è la terza volta che lo ripeto) su argomenti di valore intrinseco minore. Lo scudetto. Le promozioni. Le retrocessioni. 9  o più settimane di cassa integrazione.

La Lega Pro si conferma categoria in evidente crisi economica e di programmi (ma anche la A e la B non è che stiamo molto di meglio). Il vecchietto di Gubbio (come io lo definisco) non è stato capace di portare a casa nulla di concreto per i suoi presidenti. Sponsor, marketing, entrate alternative, contenimento dei costi. Nada de nada. In sintesi, non ha saputo gestire.

Domenica notte non potevo non ascoltare l’intervento (stantio) del vecchietto alla “Domenica sportiva” (su Rai2). Ho sentito sempre le stesse parole. Sempre ad autoincensarsi. Noi, noi, noi. Ma poi, nonostante l’evidente l’assist (concordato?) offertogli dalla giornalista Paola Ferrari, guarda caso vice presidente del Comitato Etico della Lega Pro (voto insufficiente anche a lei pertanto) Ghirelli, messo alle strette, farfugliava in confusione.

Non avendo argomenti ha cercato di sviare il dialogo sull’emotività. Sappiamo bene cosa sta soffrendo il popolo della Lombardia, del Veneto e dell’Italia intera. Non ce lo deve certamente ricordare lui. Non era quella la sede più opportuna. Lo ha percepito anche la conduttrice del programma che in fretta lo ha liquidato scusandosi di averlo trattenuto, sveglio, sino a tarda ora. Ghirelli parla troppo ed a vanvera. Capita a chi non è capace di trovare soluzioni.  Risponda invece, in modo plausibile, ai tanti interrogativi sulla sua malagestio. Perché lo sperpero è evidente. Nelle assunzioni del personale (che andrebbe invece ridotto). Negli ingenti costi inerenti l’uso della sede in via da Diacceto (da vendere quanto prima). Nel mancato recupero delle somme delle quali si è appropriato il vecchio presidente Macalli. Nella assoluta carenza di rapporto con le Istituzioni Governative. La defiscalizzazione, l’apprendistato, lo sciopero. Tutta fuffa senza nulla di concreto.

Molla sta presa France’. Stattene a casa, non è cosa per te…

Comprensibile che la serie A voglia tornare quanto prima in campo (anche a porte chiuse). Si preoccupano, quei presidenti, dei diritti televisivi. Se Sky non paga la prossime rata (151 milioni di euro) il calcio implode. In ballo vi è anche il rinnovo per il prossimo quadriennio. Pensate alle banche o le finanziarie che a tutti i club hanno già scontato i diritti televisivi del prossimo anno. In pratica, per chi non lo avesse ancora compreso, le società di serie A si sono già spese i soldi di competenza della prossima stagione. E Lotito, Cellino ed altri, come Ferrero, si stanno concentrando sullo scudetto e le retrocessioni.

In Federcalcio la situazione è ancora peggiore. Il bilancio 2020/21 presentato da Gravina, sorretto peraltro dai sindaci revisori dei conti, fa leva sulle entrate che avrebbero prodotto gli Europei 2020 che sono stati rinviati all’anno prossimo. Il bel Gabri fa anche lui passerelle televisive, tavoli in call conference. Oggi dice una cosa, il giorno dopo la smentisce. Di riequilibrare quelle poste di bilancio non se ne parla proprio. Perché così va la sua governance. Più concentrata sullo sperpero del denaro pubblico che sulla ristrutturazione del sistema.

Conservo ancora il corposo faldone riguardante il suo programma elettorale. Per quanto mi ci perda nella lettura non riesco a trovare nulla di concreto che sia stato fatto o risolto. Per quanto mi risulta la Federcalcio è divenuta fonte di reclutamento di amici, figli degli amici e “favorite”. A costi veramente ingenti. Gravina, potrà sembrare una sciocchezza, ma non lo è, ha altresì cercato di imporci una maglia della nazionale di un assurdo colore verde oliva sulla quale era addirittura scomparso anche il tricolore. Misero tentativo, per un pugno di euro, di svilire la nostra tradizione.

E le riforme? Nulla.

Sempre e soltanto chiacchiere. Lancio io una proposta sulla ristrutturazione dei campionati professionistici e non. Una serie A strutturata a 18/20 squadre. Una B1 a 20 ed una B2 ancora a 20. Totale 58/60 squadre professionistiche. Paletti inderogabili sulle infrastrutture, solvibilità e sostenibilità. Al di sotto solo semiprofessionismo (in tre gironi) e campionati dilettantistici. Gestiti dalla Lega Nazionale Dilettanti. Cancelliamo una volta per tutta questa serie C che non ha più motivo di esistere. Altro che sociale, campanili e pulmini. Sia finalmente fatta una selezione mirata.

Un esempio?

Virtus Verona (ripescata all’inizio della stagione 20/21), cortesemente mi si spieghi qual’ è, in proiezione, l’utilità che produce alla categoria l’inserimento tra i professionisti di questo club. Terza squadra della città scaligera, penultima nella speciale classifica spettatori, fa registrare al botteghino una media di 763 biglietti venduti (compresi parenti, mogli e fidanzate dei tesserati). Con una domanda: con quali mezzi si sostiene tra i professionisti quella società?

E i presidenti di Lega Pro? Una sorta di armiamoci e partite. Nessuno spirito corporativo. Parole tante, fatti nessuno. Amici vi stanno prendendo in giro. Non venitemi a dire che non ve ne siete accorti. Agite più per interessi di parte che con principi di solidarietà. In tanti badano soltanto al proprio tornaconto. Il vecchietto da Gubbio fa danni irreparrabili e non siete capaci di scalzarlo.

La conclusione? Chi è causa del suo mal pianga se stesso.