FRANCESCO GHIRELLI E IL 5 MAGGIO. “EI FU…?”

Riavvolgere il gomitolo. Un esercizio paziente, sempre certosino. Il tentativo di comprendere come mai, nel sistema calcio italiano, si susseguono, costantemente, eventi negativi. Ghirelli presidente di Lega Pro si affanna con fatue dichiarazioni sulla ipotetica svolta del sistema. Si ripete all’infinito il buon Francesco. “Dall’anno prossimo sarà tutto diverso”. Si, in peggio. Dico io. Perché questi sono i presupposti in relazione a quanto sta accadendo. In serie B come in Lega Pro.
Sulla riforma delle norme. Sulla giustizia sportiva. Sulla (ir)regolarità dei campionati. Sulla inutilità manifesta di queste governance mi sono espresso da tempo. Cose da rimanere allibiti. Alle volte, traducendo le loro dichiarazioni, mi chiedo se Gravina e Ghirelli vivano su di un altro pianeta. Oppure se ritengono di parlare a una categoria di ritardati mentali, pronti a nutrirsi delle loro amenità.

Tento di riavvolgere il gomitolo. Appunto. La Lega Pro, ormai allo sbando, porta a inevitabili riflessioni. Avremo modo più avanti di ritornare su quel denaro utilizzato arbitrariamente da Macalli (per pagare i suoi avvocati) come delle parcelle corrisposte a Figoli per prestazioni mai effettuate. In totale circa 1,3 milioni di euro, mica bazzecole! Si badi bene, denaro appartenente ai Club.
Play off e play out. L’abbaglio dei 130 mila spettatori non tragga in inganno. Nell’Italia dei campanili sono una normalità. Una cartina di tornasole racconta che anche in questo caso si sono consumate situazioni estremamente sgradevoli.
Un esempio?
Frettolosa e giustizialista la sentenza sui fatti di Viterbo. Una esagerazione la sanzione comminata a Luciano Camilli. Cinque anni di squalifica non si danno più, neppure a chi si è macchiato del gesto peggiore nel mondo del calcio. Colui che ha aggiustato, venduto e comperato le partite. Favarin, allenatore della Lucchese, per una testata violenta all’allenatore in seconda dell’Alessandria, è stato inibito per cinque mesi. E’ avvenuto a gennaio scorso, non un secolo fa. L’esempio è più che calzante.
Il presidente dell’Arezzo, peraltro, ci ha messo del suo. Il “balletto” in campo, dinanzi alla curva dei propri tifosi, ha senza dubbio contribuito ad esasperare gli animi. Nel calcio e non solo, esistono situazioni comportamentali di indispensabile rispetto nei confronti dell’avversario che ti ospita in casa sua. L’esperienza e la maturità debbono insegnare. La perspicacia deve far comprendere quando non è il caso di tirare troppo la corda. Le “passerelle” di La Cava (anche al rientro nel tunnel) hanno senza dubbio contribuito ad esasperare gli animi. Se Camilli junior ha avuto una reazione eclatante qualche provocazione dal prossimo, magari verbale, gli deve essere arrivata. Sta di fatto che, certificati alla mano, al presidente dell’Arezzo è stata riscontrata soltanto una minima escoriazione al ginocchio destro. Nessuna lesione a livello cervicale. Il che è tutto dire. E poi quei selfie che si è scattato mentre, sulla lettiga, si accingeva a sottoporsi alla Tac. Suvvia presidente. Tutto ha un limite.
A pensar male è peccato, ma spesso ci si indovina, era solito affermare quel famoso amico politico. La mano tanto pesante e frettolosa del giudice sportivo è sospetta. Con un risvolto che nuoce al sistema calcio ed alla città di Viterbo.

La famiglia Camilli si era avvicinata al capoluogo laziale con un piano industriale importante. L’approdo in serie B nell’arco di tre stagioni. Le vicende di una stagione complicata (la decisione di includerlo nel girone meridionale, le trasferte assurde, l’obbligo di giocare ogni tre giorni) avevano già raffreddato gli entusiasmi di Piero Camilli. Le squalifiche (a lui ed a suo figlio Luciano) e le sanzioni pecuniarie (30 mila euro) rappresentano la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La famiglia sta maturando la decisione di abbandonare il mondo del calcio. Ne esce sconfitto il sistema.
Volete sapere perché?
Camilli aveva ricevuto, dalle Istituzioni del calcio, anche promesse mai rispettate. Rimborsi di natura economica mai ricevuti. Ecco l’incongruenza dei vertici della Lega Pro. Non tutelare i club virtuosi. Chi paga puntualmente tesserati e oneri riflessi. Gli imprenditori che negli anni hanno investito nel calcio. Piero Camilli, che è uno di questi, non si è sentito protetto. Aveva già dimostrato in altre piazze la sua serietà. Meritava un trattamento diverso.
Invece, calpestando le norme (articolo 16 comma 6 dello statuto federale), Gravina e Ghirelli hanno più tutelato chi non ha rispettato le regole. Hanno permesso che la Lucchese (come il Cuneo) continuasse a giocare. I toscani scenderanno in campo, nella finale play out, per la salvezza. Affronteranno il Bisceglie.
Lodevole, indubbiamente, il comportamento e l’impegno dei tesserati della Lucchese. Hanno superato brillantemente tutti i tentavi di “sgambetto” tentati, sul loro cammino, dalla quella pseudo dirigenza (sic!), ma le regole vanno rispettate. Lo stato di insolvenza del club è palese. Manifestato, se non bastassero le altre inadempienze, da quella richiesta, presentata in Tribunale, di concordato preventivo in “bianco”.
Il Bisceglie si trova però a dover affrontare un avversario soltanto sulla carta virtuale. Trova sulla sua strada anche un regolamento, sulle riammissioni, penalizzante. Norme deficitarie che favoriscono chi è già retrocesso. A danno di chi invece giocherà la finale Play out.
Mi spiego.
Difficile, se non impossibile, che la Lucchese, pur battendo il Bisceglie, possa iscriversi al prossimo campionato di Lega Pro. In base però ai criteri sanciti dal comunicato ufficiale della Federcalcio sulle riammissioni (n. 122/A del 22 maggio scorso, comma A) a trarne eventualmente beneficio saranno la Virtus Verona ed il Fano che al termine della stagione regolare (regular season, come recita il comunicato) hanno conseguito il miglior punteggio in classifica, tra i tre gironi (38 punti).
Le prime ad essere riammesse a costo zero, eventualmente, saranno pertanto la squadra marchigiana e quella veneta.
Il club pugliese di Nicola Canonico (in campionato ha totalizzato 29 punti) ove uscisse sconfitto dalla finale degli spareggi salvezza, rischia allora di dover ricorrere al ripescaggio oneroso (il fondo perduto) per ottenere la licenza nazionale tra i professionisti.
L’ennesima dimostrazione di regole scritte con grande supponenza ed altrettanta approssimazione.
Nel riavvolgere il gomitolo mi è capitato, casualmente, di leggere l’ultima amena dichiarazione di Francesco Ghirelli, beato lui, pubblicata recentemente dagli amici di tuttoc.com: “I primi sei mesi del mio mandato li ho dimenticati (ride, ndr), li ricordo dal 5 maggio in poi”.
Una data storica, evocando Alessandro Manzoni, quel 5 maggio. “Ei fu…” appunto, una sorta di presagio, alla maniera di Napoleone Bonaparte. Perché il percorso dell’attuale presidente di Lega Pro, smemorato come lui stesso ammette, è incanalato in una strada impervia e senza uscite. Con una latente proiezione sul futuro attinente la solvibilità del sistema e la qualità del prodotto offerto. Entrambi carenti. Elementi che, nell’Italia dei campanili, prescindono dall’agonismo sportivo degli appassionati. Per il quale né Ghirelli né nessun altro può arrogarsene il merito.
Nel frattempo ed in attesa delle sue prossime battute, dallo scarso contenuto progettuale, mi auguro che Ghirelli trovi il tempo per comunicarci i suoi intendimenti in merito alle azioni che correttezza e rispetto gli impongono di intraprendere, a favore dei presidenti. Il recupero di quel denaro del quale si è appropriato Macalli. Come delle parcelle corrisposte a Figoli per prestazioni mai effettuate (quella relazione di Belardino Feliziani, consegnata al commissario Miele, è di una trasparenza inappuntabile).
Con una “chiosina” finale: “fu vera gloria?” scriveva il Manzoni.
Ai posteri l’ardua sentenza!

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