DIRETTORE SPORTIVO, QUEL DIPLOMA CHE SA DI MEDAGLIA DI CARTONE

Il direttore sportivo. Sta diventando una professione inutile. Un diploma che sa di medaglia di cartone. L’unica categoria, tra le componenti del calcio, snobbata. Svilita. Svenduta. A livello federale e dalle Leghe. Ai miei tempi eravamo i padroni del mercato. Gli scopritori di talenti. La spalla sulla quale si appoggiavano gli allenatori. I controllori della gestione. Gli uomini di fiducia dei presidenti. I padri sportivi dei calciatori.
Oggi i direttori sportivi sono stati surclassati dai procuratori. Accantonati dai presidenti, che operano in proprio. Trascurati da allenatori e calciatori.


Il “direttore” è comunque una figura obbligatoria nell’organigramma societario. Riconosciuta dai regolamenti ed anche  dalla legge 91 del marzo 1981 che recita:
“Articolo 2. Professionismo sportivo.
Ai fini dell’applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

Nonostante il testo della legge fosse estremamente chiaro quello status non è mai stato riconosciuto dalla Federcalcio. Il contenuto della legge mai applicato alla lettera. Per la verità nessuno degli interessanti si è mai battuto concretamente perché i diritti della categoria fossero riconosciuti. Si è più pensato al proprio “orticello”. E’ mancato quello spirito “vero” di associazione che ha contraddistinto il “lievitare” della tutela degli interessi di calciatori ed allenatori.

La categoria dei direttori sportivi non è rappresentata in Consiglio Federale (neppure ammessa a livello di semplici auditori). Dove ci sono tutte le altre componenti di professionisti. Calciatori, allenatori, arbitri. Ma i direttori sportivi no. Unici esclusi. Da sempre poco considerati, se non per nulla.
Con un distinguo in negativo, in relazione alla norma che ne disciplina il tesseramento. Si è anche cercato di “violentarne” l’interpretazione, volendo far transitare il concetto che l’attività del direttore sportivo poteva essere surrogata dal presidente del club. Oppure, ancor peggio, dal segretario sportivo.
Quando la norma non recita proprio quello!


Nel presente il direttore (sportivo), nella maggior parte dei casi, è ridotto a tappa buchi. C’è chi si butta via pur di mettere una firma su di un contratto. Altri pur di lavorare promettono il denaro di uno sponsor. Non ci si può poi lamentare del trattamento ricevuto. Il ruolo, in serie C e tra i dilettanti, è esercitato, frequentemente, da dopolavoristi. Infermieri, cuochi, anonimi foraggiatori di denaro forniti di zainetto. Marmaglia da sottobosco che svilisce la professione. Gentucola che contribuisce a screditare la categoria. Una credibilità già precaria che rischia di andare alle ortiche.

Non è così che deve andare nel sistema che Gravina ed i suoi sodali vogliono dire sia rispettoso delle regole.
Perchè anche i direttori sportivi vengono licenziati a Coverciano. All’università italiana del calcio. Il diploma (quella medaglia di cartone) è rilasciato dalla Federcalcio. Ha un costo di non poco conto. Oltre 5 mila euro. Più le spese di soggiorno per il periodo formativo a Firenze. Un giochino niente male, da 8/9 mila euro.

Da un conto approssimativo i direttori sportivi (diplomati) superano quota 1.500 unità. Una enormità considerando che tra club professionistici e dilettanti della serie D si contano soltanto poco più di duecento società. Nessuno si è però preoccupato, per un tempo inimmaginabile, di porre un limite ai corsi di formazione. Poi ci ha pensato l’Antitrust a peggiorare le cose, liberalizzando l’accesso ai corsi. Trovando i tal modo l’escamotage per quel presidente che, per interesse personale, vuol mettere uno “sciuscetto” a ricoprire il ruolo.

In un passato recente ho provato a risvegliare le menti. Senza ottenere alcun risultato. Molti personaggi sono interessanti esclusivamente al proprio tornaconto. Una delusione. Impegnati in una concorrenza fratricida (una “battaglia”tra poveri) piuttosto che nel coalizzarsi per far valere i propri diritti. E pensare che per arrivare all’auspicato cambiamento sarebbe tutto oltremodo lineare. Soprattutto corretto nei numeri e rispettoso delle norme. La Lega Pro, a livello assembleare e di qualsiasi votazione della Federcalcio, ha un valore pari al 17 per cento. Attribuitole dalla legge Melandri quando il format (di quella Lega) era ancora di 90 club. Ridotte le squadre a 60, debbono diminuire, in proporzione, anche la percentuale come la rappresentanza fisica e di voto in consiglio federale.
Alla Lega Pro, allo stato attuale, sarebbe corretto concedere l’11 per cento. Girare alla serie A il 5 per cento, chiedendo in contropartita un bel gruzzolo, tale da rimpinguare le esigue casse della serie C.

Quello che Gravina e Ghirelli avrebbero dovuto proporre (ma non lo hanno fatto) già dal giorno successivo alla loro elezione. Chiedere la convocazione di un tavolo a Gaetano Miccichè e trovare con lui un accordo migliorativo alle attuali condizioni finanziarie della serie C. Pensando concretamente al fabbisogno in denaro dei club, più che alla conservazione delle loro poltrone.

Sarebbe poi corretto concedere, ai direttori sportivi, quell’uno per cento di risulta. Nel rispetto dei loro diritti. Concedere la loro presenza fisica, in consiglio federale ed in assemblea generale, con diritto di voto. Nel rispetto della accennata legge 91/81 sul professionismo sportivo (tutt’ora in vigore) che riconosce alla categoria un diritto che le è stato sempre negato.

“Allungando” lo sguardo verso una proiezione futura è sempre più auspicabile una collaborazione con le componenti calciatori ed allenatori (AIC ed AIAC). Le più vicine ai direttori sportivi per estrazione, interessi e tradizione.  Un salto di qualità. Un reciproco rispetto delle categorie e dei lavoratori. Un progetto adeguato alle necessità del presente, portato avanti in armonia, gomito a gomito, con un unico intento. La crescita congiunta all’interno del sistema. Non trascurando cultura e specializzazione. L’aggiornamento professionale con lo studio continuo della materia e la distribuzione capillare dei compiti. Il tutto nel rispetto delle qualifiche conseguite.

Con un interrogativo: in una Federazione dove chi governa (Gravina ed i suoi sodali) pensa molto alla seduta più comoda per il proprio fondo schiena e poco al miglioramento reale del sistema, sarà mai possibile giungere alla soluzione positiva delle problematiche che il calcio nazionale pone quotidianamente sul tavolo?

Ripenso all’ormai lontano 1982. Italo Allodi, allora dirigente del Settore Tecnico, gettò le basi per il riconoscimento della nostra categoria. I nostri contratti venivano ancora scritti su carta intestata della società e non venivano depositati in Lega. Non esisteva tutela. Eravamo agli antipodi. Organizzò a Coverciano il primo corso di aggiornamento e perfezionamento. Fu il primo riconoscimento ufficiale. Beppe Marotta ed il sottoscritto erano i più giovani di quella compagnia. Ci illusero che si potevano fare passi, in avanti, da gigante.

Non avevano previsto che da li a pochi anni, l’affermarsi della marea dirompente dei procuratori, avrebbe trascinato via la semina delle grandi ambizioni.

Oggi, allo stato dell’arte, è inevitabile una riflessione sul futuro prossimo della categoria.

Per mantenerla in vita, nel momento del ricambio generazionale, occorre l’exploit di un leader degno di tale nome. Un uomo d’azione motivato, capace di prendere in mano realmente la situazione. In possesso di indispensabili risorse intellettuali ed economiche. In grado di dedicarsi a tempo pieno al progetto per sviluppare un piano industriale, a medio termine, di crescita. Un manager, votato alla causa, capace di imporsi anche politicamente confrontandosi con le altre componenti e con le istituzioni. Muovendo un rinnovato interesse attorno alla professione. Con programmi adeguati ai tempi ed alle tecniche.

Guardo indietro e mi domando: sarà mai possibile tutto questo?

 

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